RELAZIONE: DONNE VIOLATE-Stati Generali delle Donne (Milano, 28 settembre 2015)

di Cristina Favati

Buongiorno, sono Cristina Favati di Se Non Ora Quando Genova. Sono onorata di essere qui a raccontarvi il nostro impegno come comitato genovese.
Snoq ha messo al centro della sua riflessione politica la violenza contro le donne, con la convinzione che affrontare questo problema con azioni concrete, con racconti e immagini diverse, contribuisca a costruire nuovi immaginari e dunque anche un nuovo modo di relazionarsi fra donne e uomini, ma anche fra i popoli.
In questi anni, attraverso il confronto serrato sulla rete e con tutte le associazioni e i movimenti che si occupano di questo tema, ci siamo convinte/i, che la violenza contro le donne ha la stessa radice culturale in tutto il mondo.
Il potere, nella sua forma degradata, si nutre del dominio del corpo delle donne, ma tutto questo deve essere raccontato, perché ciò che non viene nominato non esiste e per combattere la violenza è necessario darle un nome. Il suo nome è stupro.
Lo stupro è un crimine che annienta le donne, disgrega le comunità, distrugge le famiglie: è quindi un’arma con effetti devastanti.
Da queste considerazioni è nata l’idea di una installazione per far conoscere la condizione delle donne siriane, dal titolo: “Siria: lo stupro come arma di guerra premeditata”, allestita lo scorso anno, dal 4 al 18 ottobre 2014, presso lo Spazio Aperto di Palazzo Ducale a Genova. Un percorso di immagini e parole che raccontano le atroci verità sugli stupri in Siria, tratte da un’inchiesta giornalistica di Annick Cojean, intitolata “Le violenze segrete di Assad”, pubblicata sull’Internazionale (edizione n. 1042 del 20 marzo 2014), e le parole maturate dentro Se Non Ora Quando sulla violenza, tratte dal discorso di Fabrizia Giuliani al convegno “Mai più complici”, organizzato il 13 e 14 ottobre 2012 dal comitato Snoq Torino.

A Palazzo Ducale in quei giorni abbiamo organizzato anche la conferenza “Lo stupro, tassello nel tragico mosaico della violenza in Siria”, cui hanno partecipato la giornalista Yara Bader, che dal 2003 collabora col quotidiano londinese “Al Quds Al Arabi” e che dal 2009 è co-direttrice del Syrian Centre for Media and Free Expression, e Lorenzo Trombetta, corrispondente a Beirut per l’Ansa e collaboratore con Limes, La Stampa, Radio Rai.
Proprio il confronto tra le testimonianze degli stupri seriali in Siria e le riflessioni maturate in Se Non Ora Quando, ci mostrano che non possiamo restare indifferenti a quanto succede fuori dai nostri confini, che la violenza e la guerra in Siria ci riguarda da vicino.
C’è un filo rosso che unisce la violenza sulle donne in tutto il mondo: secondo un rapporto delle Nazioni Unite, il 70% delle donne almeno una volta nella vita è stata vittima di un episodio di violenza da parte di un uomo, che spesso è il marito, il partner o qualcuno che conosce. Questo vuol dire che un miliardo di donne e di ragazzine sarà picchiata o stuprata durante la sua esistenza.
La violenza contro le donne comincia ancor prima di venire al mondo. Secondo alcune stime sarebbero 100 milioni le bambine mai nate a causa degli aborti selettivi. E poi ci sono le vittime di violenza sessuale, mutilazioni genitali, matrimoni forzati. Ogni anno si calcola che circa 800mila persone vengano fatte espatriare per essere vendute.
Ai giorni nostri lo stupro è bandito come atto criminale in base alle leggi di guerra internazionali, nonostante ciò, lo stupro persiste come normale atto di guerra. Quando l’uccidere è visto come comportamento non solo ammissibile, ma addirittura eroico dal proprio governo o dalla propria causa, la sottile distinzione fra la soppressione di una vita umana e altre forme di intollerabile violenza va perduta, e lo stupro diventa una deplorevole ma inevitabile conseguenza secondaria del necessario gioco chiamato guerra.
Le donne, secondo questo ragionamento, sono semplicemente e incresciosamente delle vittime, al pari delle vittime civili nei bombardamenti. Ma lo stupro in guerra è qualitativamente diverso, perché la guerra fornisce agli uomini una perfetta giustificazione psicologica per sfogare il loro disprezzo verso le donne. La stessa mascolinità del militarismo, la forza bruta di cui gli uomini detengono l’impiego esclusivo, il legame spirituale che unisce gli uomini in armi, la semplice logica del comando gerarchico, confermano agli uomini che le donne sono subalterne,irrilevanti per il mondo che conta, osservatrici passive dell’azione che ha luogo nel ring centrale.
Gli uomini che stuprano in guerra sono individui comuni, resi straordinari dall’ingresso nel più esclusivo club per soli uomini del mondo. (Susan Brownmiller “Contro la nostra volontà” 1975).
Non appare esagerato quando scrisse circa un anno fa in un articolo su Repubblica Adriano Sofri: “La terza guerra mondiale è già in atto e il campo di battaglia è il corpo delle donne”.
Lo stupro di massa è un’arma strategica usata in modo sistematico. Il silenzio della comunità internazionale riguardo al dramma che si sta verificando in Siria è assordante.
Noi donne e uomini di buona volontà non possiamo restare in silenzio.
“E’ ora di dire basta e chiamare le cose con il loro nome, di registrare, riconoscere, misurarsi con l’orrore di bambine, ragazze, donne uccise nell’indifferenza. Queste violenze sono crimini, omicidi, anzi femminicidi. E’ tempo che i media cambino il segno dei racconti e restituiscano tutti interi i volti, le parole e le storie di queste donne e soprattutto la responsabilità di chi le uccide”! Queste le parole contenute nell’appello “Mai più complici”, lanciato da Se Non Ora Quando tre anni fa.
Se Non Ora Quando Genova ha raccolto l’appello e deciso di mobilitarsi contro lo stupro come arma di guerra premeditata, attraverso la messa in opera dell’installazione dell’ottobre 2014 in favore delle donne Siriane.
Descrizione dell’installazione:
Per allestire l’installazione abbiamo personalmente prelevato le pietre in località Cappelletta di Masone per indicare che intendiamo farci carico del peso dello stupro sulle donne. Le abbiamo poi poste sopra diverse paia di scarpe rosse, posizionate in cerchio, ad indicare il femminicidio. Dalle pietre fuoriesce un’asta flessibile di ferro sulla quale sono infilzate delle scritte. Un percorso di immagini e parole che raccontano le atrocità degli stupri in Siria, tratte dall’inchieste, sopra citata, della giornalista Annick Cojean e dalle parole maturate dentro a Se Non Ora Quando.

Citazioni tratte dall’articolo di Annick Cojean pubblicato dall’Internazionale:


1) Nelle carceri siriane migliaia di donne sono state sistematicamente stuprate.
2) E’ un crimine che passa spesso sotto silenzio, organizzato dal regime e compiuto nei modi più barbari.
3) Sfrutta uno dei tabù più radicati nella società siriana e conta sul silenzio delle donne! convinte che saranno ripudiate dalle famiglie o addirittura condannate a morte.
4) Questo crimine annienta le donne, distrugge le famiglie e disgrega la comunità.
5) Dalla primavera del 2011 le milizie hanno organizzato degli stupri seriali nelle case. Le ragazze venivano violentate davanti ai padri, le mogli davanti ai mariti.
6) Le donne usate per colpire i padri, i fratelli e i mariti.
7) I loro corpi sono campi di tortura e di battaglia – denuncia la scrittrice Samar Yazbek
8) Il Presidente della lega siriana per i diritti umani Karim Rihaoui non ha dubbi: “E’ una scelta politica precisa per schiacciare il popolo. Le tecniche usate, il livello di sadismo e la perversione: tutto è meticolosamente organizzato. Nulla è lasciato al caso”.
9) l silenzio della comunità internazionale su questa tragedia è assordante.


Citazioni tratte dal discorso di Fabrizia Giuliani al convegno Snoq a Torino “Mai più complici” (2012):


1) Nel nostro appello “Mai più complici” abbiamo detto: “E’ora di cominciare a scrivere insieme una storia nuova, di coraggio e di libertà”.
2) Per combattere la violenza, farla uscire dalla normalità, occorre per prima cosa riconoscerla, darle un nome, il suo nome.
3) La violenza esce dalla vita delle donne, se donne e uomini, insieme, trovano la forza di vederla e stanarla, dentro e fuori di sé.
4) Vogliamo una giustizia che non parli dei loro indumenti, che non invochi passioni difficili da controllare, vogliamo racconti e immagini diverse.

5) Chiediamoci quanto ha pesato il racconto di una disponibilità femminile continua, senza riserve.
6) Le donne hanno conquistato lo spazio della scelta, nella propria vita affettiva, nella sessualità, nel lavoro, nella maternità. Continueremo a scegliere.
7) Dobbiamo ripartire anche da noi. Per provare a scrivere un racconto nuovo servono linguaggi diversi. Dobbiamo raccogliere questo desiderio, tradurlo in idee e parole che abbiano la forza di cambiare un senso comune ostile. E questo è già politica.
8) E se i numeri della violenza sembrano dire che il mondo non è pronto ad accogliere lo spazio di questa libertà, qui, come altrove, sappiamo che è arrivato il tempo, c’è lo spazio, per un incontro e un dialogo diverso tra donne e uomini.

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