A cena con Ashoka Mody,

di Fabio Colasanti

Ho avuto la fortuna di cenare, insieme ad un’altra decina di persone, con Ashoka Mody, un economista indiano – ma che ha lavorato quasi tutta la sua vita negli Stati Uniti – e che attualmente insegna all’università di Princeton. Da parecchio tempo Ashoka Modi sta scrivendo un libro sulla storia dell’integrazione economica e monetaria dell’Europa che lo sta portando a discuterne con molti attori che ne hanno un’esperienza diretta. Attualmente sta passando un mese e mezzo a Bruxelles per incontrare tutti quelli che può che hanno opinioni su questo processo.

Ashoka Mody si definisce marxista e scrive regolarmente su Vox.eu, la rete di siti di cui fa parte La Voce. Per cominciare, ci ha subito detto di essere stato scandalizzato dalla maniera come Alexis Tsipras è stato trattato durante le discussioni della notte tra domenica e lunedì. Essendo indiano, non ha potuto fare a meno di pensare al colonialismo.

Mody ha cominciato la sua introduzione riassumendo la sua visione della storia dell’integrazione europra. Lui vede tre versioni dell’Europa che si sono succedute nel tempo.

  1. a) La prima è stata l’Europa basata sulla sicurezza militare e l’integrazione politica (Comunità del carbone e dell’acciaio per mettere assieme le produzioni alla base dell’apparato militare e Comunità europea di difesa). Questa Europa non ha funzionato perché gli stati membri già allora non erano disposti ad accettare limitazioni vere della sovranità.
  2. b) C’è poi stata l’Europa del Trattato di Roma. Questa è stata un grande successo perché basata sull’economia e perché implicava cessioni di sovranità su aspetti non essenziali (commercio, alcune regole tecniche, concorrenza, libera circolazione delle persone e delle merci, ecc.). Questa Europa, non solo ha contribuito alla crescita economica, ma ha a,che portato alla creazione di una certa identità europea basata sui contatti, sull’interesse reciproco e sul fatto che nessuno aveva una chiara posizione egemonica o era portato ad imporre agli altri cose che questi non volevano.
  3. c) Nel 1989, approfittando della crisi creata dalla caduta del muro e dall’unificazione tedesca si è aggiunta la terza Europa, quella dell’euro voluta dai francesi per ragioni politiche, per sottrarre alla Germania lo strumento del marco tedesco che sembrava dare loro uno strumento per una certa egemonia. Per Ashoka Mody questa terza Europa è stata un errore. Si è messo il carro avanti ai buoi e si sono messe le premesse per la necessità di “ordinare” a qualcuno di fare certe cose come vediamo adesso nel caso greco. Per lui sarebbe stato meglio continuare con le monete nazionali come ha fatto la Svezia, come ha fatto il Regno Unito e come fanno tanti altri paesi. Per avere un’unione monetaria che potesse tenere si sarebbe dovuto mettere assieme la responsabilità per la politica di bilancio cosa che nessuno dei grandi paesi era ed è oggi disposto ad accettare.

Per oltre due ore, abbiamo però discusso del caso greco. Per lui nel 2010 si sarebbe dovuta lasciare fallire la Grecia (secondo lui sarebbe stato possibile evitare i fallimenti a catena delle banche mettendo a disposizione, come si è poi comunque fatto, ampi fondi per la loro ricapitalizzazione in caso di difficoltà). L’intervento poi per aiutare la Grecia a pagare stipendi pubblici e pensioni sarebbe costato molto meno di quello per aiutare la Grecia a ripagare i suoi debiti. Questo avrebbe permesso di finanziare più di spesa pubblica per “addolcire” la messa in opera delle inevitabili riforme strutturali. Alla mia obiezione che dal punto di vista politico sarebbe stato difficile far accettare all’opinione pubblica il lasciare fallire un paese ha riconosciuto che questo è uno dei problemi dovuti alle basse conoscenze economiche delle popolazioni e che i governi avrebbero dovuto farlo lo stesso. Avrebbero dovuto presentare il default della Grecia come una maniera di punire i creditori per aver prestato troppo.

Secondo lui l’Europa dovrebbe rinforzare la regola del “no bail out” per rendere chiaro che non si interverrà mai per salvare un paese che abbia fatto troppi debiti. Questa sarebbe l’unica maniera di garantire che si facciano politiche economiche e di bilancio ragionevoli. La “sorveglianza comunitaria” esercitata dai ministri dell’economia con l’aiuto della Commissione europea e della BCE non serve a nulla, costa tempo e denaro e non impedirà mai ai paesi di fare fesserie.

Ma al punto in cui siamo pensa che l’uscita dall’euro della Grecia costerebbe troppo al paese e che non sia assolutamente raccomandabile. La sua idea è che si dovrebbe dividere la zona euro in due gruppi, uno con la Germania, l’Olanda, il Belgio, il Lussemburgo, l’Austria, la Finlandia, i tre paesi baltici e forse la Slovacchia e la Slovenia. E l’altro con la Francia e gli altri paesi. Ha riconosciuto però che la Francia accetterebbe molto difficilmente di essere nel secondo gruppo.

Abbiamo avuto una discussione molto intensa per due ore e mezza. Varrà la pena di leggere il suo libro quando uscirà

 

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