SVILUPPO E OCCUPAZIONE AL SUD: CHE FARE?

di Francesco Cuppone

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Quanto segue non ha la pretesa di essere un saggio sul problema dello sviluppo del Sud, ma contiene una serie di raccomandazioni che vorrei offrire a quanti, dopo la Direzione del PD dello scorso 8 agosto, si accingono a preparare il masterplan che il Segretario, nonché Presidente del Consiglio, vuole entro il prossimo mese di Settembre.

Queste raccomandazioni nascono dalla mia esperienza vissuta per trent’anni in tutto il territorio meridionale alla ricerca del prototipo di impresa nella quale fermarmi a lavorare. Nella parte finale, delineo un esempio di progetto di grande impatto come quelli che spero di vedere nel masterplan.

Quindi, quanto leggerete è solo la testimonianza di una passione civile e di una profonda militanza etica con la quale ho accompagnato tutta la mia esperienza professionale.

Di recente, importanti esponenti politici, hanno ribadito il principio secondo cui   il piano straordinario per lo sviluppo del Sud non possa trascurare il tessuto produttivo esistente.

Questo è vero, ma non basta. Conoscere la situazione attuale aiuta a trovare le soluzioni e a evitare il ripetersi degli errori già commessi nel passato.

Come è strutturato l’apparato produttivo del Sud? Possiamo dire che esso risulta, sommariamente, così composto:

  1. aziende protagoniste di quello che Emanuele Felice, nel suo recente saggio “Perché il Sud è rimasto indietro” (Il Mulino), chiama “sviluppo esogeno”. Quindi, grandi aziende che hanno realizzato insediamenti, provenendo da altre aree del Paese e del mondo;
  2. aziende locali esclusivamente attive sul mercato della spesa pubblica;
  3. aziende locali attive sul libero mercato.

Le prime due classi sono le più affollate.

Si tratta delle aziende che, nel corso degli ultimi decenni, hanno incarnato i tentativi di avvio del circolo virtuoso dello sviluppo, realizzando risultati incerti e contradditori, riassunti nelle statistiche funeste che nelle ultime settimane hanno monopolizzato il dibattito politico.

Entrambi questi gruppi soffrono di limiti che ne hanno ridotto la capacità di garantire performance durature in termini di redditività, capacità di creazione di indotti significativi e di mantenimento dei livelli occupazionali.

La storia industriale meridionale conta intere filiere, nate e morte nel volgere di pochi anni, scaturite proprio dallo “sviluppo esogeno”.

Dall’elettronica siciliana, abruzzese e laziale, agli elettrodomestici in Campania, alla cantieristica navale siciliana, alla chimica sarda e abruzzese, alla siderurgia in Sicilia, Campania e Puglia. Oltre alle spaventose quantità di denaro andate in fumo, ai tantissimi posti di lavoro azzerati, rimangono ancora evidenti le terribili conseguenze di questo “miracolo economico” sull’ambiente che richiederanno anni ed enormi capitali per poter essere dimenticate.

PUNTARE SULLE GRANDI AZIENDE PER REALIZZARE LO SVILUPPO? DIPENDE.

 L’industrializzazione posticcia, frutto di trapianti artificiali non produce effetti duraturi sul contesto, favorisce radicali sconvolgimenti sociali ed economici (inurbamenti di massa, desertificazione delle campagne, etc.) difficilissimi poi da sanare.

Una politica avveduta non può limitarsi a favorire   in modo asettico un programma di nuovi insediamenti, limitandosi ad apprezzare i posti di lavoro e la crescita economica effimera da essi indotta.

Lo sbocciare di queste iniziative non può prescindere da un’analisi asettica   dei settori industriali di riferimento   dei quali vanno considerati   i trend e gli scenari futuri.

Un esame severo delle prospettive di ogni comparto industriale coinvolto deve considerare con molta attenzione il grado di globalizzazione che interessa il mercato nel quale l’azienda insediante opera.

Se il mercato nel quale l’azienda opera è ad alta innovazione tecnologica, è assicurato che il trend futuro tenderà ad una forte riduzione del contenuto di lavoro per unità prodotta.

Mentre invece, se nel mercato di riferimento la competizione impone tassi di salario sempre decrescenti, è garantito che prima o dopo l’azienda insediata sarà costretta a delocalizzare verso paesi esteri dove la manodopera è meno costosa.

Quindi, prima di procedere alla concessione di incentivi ad aziende globalizzate, occorre, con mano ferma e nervi saldi, valutare le conseguenze dell’evolversi della competizione sui nuovi insediamenti.

Chi si occupa di programmazione industriale   non può offrire incentivi miliardari ad aziende che da qui a qualche anno, presumibilmente, torneranno a battere cassa, chiedendo incentivi ulteriori per inseguire il mercato, pena il licenziamento di migliaia di lavoratori!

Una politica avveduta non può farsi mettere in trappola in modo così ingenuo.

Non scarterei la possibilità negoziale, in sede di concessione degli incentivi, di imporre la restituzione di parte delle somme incassate, nel caso di delocalizzazione e/o dismissione di parti significative di organico.

La politica di incentivazione deve premiare le imprese che dimostrano di realizzare investimenti duraturi nel tempo, qualunque sia la congiuntura del mercato di riferimento.

OCCHI APERTI SE IL RICHIEDENTE GLI INCENTIVI ACCETTA DI FAR DIPENDERE IL SUO FATTURATO DALLA SPESA PUBBLICA.

 Un’altra categoria ad alto rischio in materia di accountability degli investimenti realizzati al Sud, sono le aziende, molto spesso locali, che legano la redditività   alla domanda proveniente dalla Pubblica Amministrazione.

Di queste aziende il Sud letteralmente pullula.   Il perché di questa forte presenza è facilmente intuibile. In territori dove i consumi privati sono bassi, ci sono concrete difficoltà a intrattenere rapporti con l’estero (spesso anche solo perché è difficile trovare gente che parla le lingue straniere), c’è scarsa diffusione della cultura d’impresa, è molto facile fare business rivolgendosi a un cliente unico: la Pubblica Amministrazione. I business model di queste aziende comprendono spesso il ricorso naturale a pratiche illegali e scontano potenti collegamenti con il malaffare e la politica deteriore.

Aziende che operano esclusivamente nelle grandi opere pubbliche, fornitori di beni e servizi per la sanità, operatori della formazione sussidiata, sono fenomenologie largamente diffuse sulle quali sarebbe un errore puntare per far crescere occupazione ed economia.

In questo ambito, le misure più centrate riguardano le azioni di prevenzione e repressione dei comportamenti illegali, non escludendo a priori una forte militarizzazione delle pratiche di selezione dei fornitori e di gestione dei rapporti con essi.

PUNTARE SULLE AZIENDE CHE LAVORANO SUL LIBERO MERCATO!

 Se questa categoria di imprese fosse diffusa e dominante non saremmo qui a discutere da decenni di mancato sviluppo del Sud.

Purtroppo di queste aziende se ne contano relativamente poche: sono le aziende dell’agro-alimentare, quelle della filiera dell’abbigliamento e dell’arredamento, le aziende del settore turistico-alberghiero.

Si tratta per lo più di aziende deboli sul piano della capitalizzazione, della solidità manageriale e della capacità di spingersi sui mercati esteri.

Per queste imprese il ruolo dello Stato può diventare vitale, soprattutto se esso sa tramutarsi da apparato burocratico a partner strategico capace di:

  1. agevolare l’accesso al know-how (per esempio incentivando i collegamenti con le università), per migliorare la capacità competitiva e consentire l’acquisizione di strategie di differenziazione spinta;
  2. favorire la diffusione di livelli sempre maggiori di cultura imprenditoriale e manageriale, magari attraverso il collegamento con istituzioni formative di eccellenza;
  3. incentivare l’internalizzazione, attraverso modalità “a sportello”, di facile accesso e veloci nell’istruttoria e nella gestione;
  4. fornire capitali di rischio a riscatto, attraverso le istituzioni, come la Cassa Depositi e Prestiti e le sue emanazioni, che devono accelerare le istruttorie e imporre agli imprenditori, in contropartita, regole di governance moderne e partecipate.

LO STATO FERTILIZZATORE DI NUOVE IMPRESE ATTRAVERSO IL VARO DI GRANDI PROGETTI

 Il masterplan che il governo si accinge a preparare, proprio perché dovrà essere selettivo, ha mille criticità e può contare su un numero limitato di potenziali “fruitori” delle risorse che verranno rese disponibili.

La responsabilità del governo nazionale deve spingersi oltre la semplice raccolta di richieste di investimento proveniente dal mondo delle imprese.

Esso deve trasformarsi in “fertilizzatore” di nuove iniziative, individuate tra quelle che più di tutte presentano requisiti di sostenibilità nel tempo, capacità di generare miglioramento della qualità della vita dei cittadini, dimostrino di avere a cuore l’ambiente, riescano a valorizzare i punti di forza del Sud che decenni di pessima politica economica non sono riusciti a deperire del tutto.

L’idea che vorrei suggerire, per la sua vastità e complessità, può essere promossa solo grazie a un’iniziativa intrapresa a livello di governo centrale. Essa disegna   un quadro nel quale cambiano rapporti fra le istituzioni, inaugura pratiche virtuose che valorizzano alcuni strati del mondo giovanile rimasti ai margini della società, valorizza il patrimonio culturale e tradizionale delle regioni meridionali.

IL PROGETTO GRAND TOUR

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L’idea di questo progetto risale a oltre 10 anni fa.

L’assunto di base è che esiste un mercato importante, per volumi e valore, di stranieri che sono interessati al viaggio culturale   nel Sud del nostro Paese.

Il punto focale dell’iniziativa è rinnovare la passione degli stranieri per il viaggio lento e ragionato attraverso il meridione d’Italia che suscita un enorme fascino già dal 1600, attraverso la diffusa pratica del Grand Tour.

Soprattutto nel nord Europa era invalsa l’abitudine di spronare i giovani rampolli delle classi abbienti a riscoprire, in un vero e proprio viaggio iniziatico, le origini della cultura occidentale e classica attraverso una immersione totale nel paesaggio urbano e rurale dell’Italia del Sud.

Questa domanda oggi viene solo parzialmente soddisfatta, a causa di un’offerta polverizzata e malamente integrata con le attività di incoming (intrattenimento, animazione e guida nei luoghi di elevato interesse artistico e culturale).

Attualmente i servizi di ricettività e ristorazione non sempre sono rispondenti ai requisiti di qualità e affidabilità che il cliente potenziale è pronto a pagare.

Contemporaneamente, in tutte le regioni del Sud, esiste un enorme patrimonio immobiliare storico di proprietà degli enti pubblici e della Chiesa che, in assenza di interventi di recupero e ripristino, si sta progressivamente perdendo.

La dimensione del problema e l’azione intensiva necessaria a sviluppare un progetto simile non è all’altezza di nessuno soggetto privato. L’evidente ricaduta sociale e strutturale che il progetto promette di realizzare può essere pilotata solo dallo Stato.

La mia idea è quella di preparare un progetto di massima che miri a:

  1. costituire una società di scopo capace di accedere alle risorse comunitarie e al mercato dei capitali privati
  2. selezionare secondo criteri predefiniti un numero fabbricati di interesse sparsi per tutta l’area meridionale (conventi, caserme, seminari, etc.). Le simulazioni che abbiamo preparato sono state fatte su 200 fabbricati;
  3. siglare contratti di affitto di lunga durata con la proprietà;
  4. procedere alla ristrutturazione e ricondizionamento dei fabbricati finalizzato all’uso ricettivo, ristorativo e di intrattenimento;
  5. selezionare gli operatori privati con i quali concludere contratti di affitto di rami d’azienda relativi alle varie parti: albergo, ristorante, spazio teatrale e musicale, galleria espositiva, shop per la vendita di prodotti tipici;
  6. avviare piani di formazione intensiva per preparare gli addetti delle varie attività d’impresa presenti nei contenitori;
  7. mettere in esercizio tutta la catena.

Così facendo il territorio potrà contare su una rete di strutture ricettive di altissimo livello (5 stelle lusso, sul modello dei Paradores spagnoli) che possono essere collegate da itinerari a tema ognuno dei quali diventa un pacchetto da portare sul mercato estero del turismo culturale.

Ogni pacchetto può prevedere un tour che interessi 2/3 strutture collocate all’interno di aree che presentano uniformità tematica (la Magna Grecia, le tracce della Roma Antica, i Normanni, la presenza araba, I Bizantini nel Sud, l’Italia di Carlo V, i Borboni, etc.).

I turisti potranno trovare all’interno dei contenitori un bouquet di servizi di altissimo livello prodotti dai giovani meridionali, istruiti allo scopo: oltre ai servizi di ricettività e ristorazione di qualità, pensiamo all’intrattenimento musicale e teatrale, all’allestimento di mostre a tema, al reading di autori di opere dedicate al viaggio, alla vendita di prodotti tipici, alla guida turistica nei siti archeologici e monumentali, etc.

È probabile che, proprio per garantire l’unicità dell’offerta di itinerari, la commercializzazione dei pacchetti deve avvenire attraverso una sola struttura commerciale da selezionare tra quelle leader di mercato (perché no una società straniera, tipo Studiosus tedesca).

Ho svolto qualche veloce calcolo ed ho visto che, facendo partire un primo lotto di 200 fabbricati in varie parti del Meridione, con la disponibilità di circa 1200 mq coperti ciascuno, tanto da poterci ricavare strutture ricettive da 40 camere, più spazi comuni e servizi, per ristrutturare questo patrimonio si dovrebbero investire poco meno di 650 milioni di Euro e si potranno così creare non meno di 15.000 posti di lavoro diretti, con un investimento per posto di lavoro intorno ai 47 mila euro (molto meno dei circa 300 mila euro necessari per creare un posto di lavoro nell’industria convenzionale).

Mantenendo competitiva la rete di resort e simulando di mantenere un tasso di riempimento del 50% su un anno di attività di 330 giorni (prevedendo quindi 1 mese di chiusura per le manutenzioni di rito), si potrebbe generare a regime un fatturato annuo complessivo (cioè all-inclusive) di oltre 500 milioni di euro, con circa 2,6 milioni di pernottamenti erogati.

Questo potrebbe generare un utile pre-tasse di circa 30 milioni di euro, dopo l’accantonamento al fondo manutenzione ciclica.

Dai calcoli svolti, abbiamo ottenuto un prezzo di vendita per il cliente della catena (5 stelle lusso) di poco inferiore ai 200 euro al giorno all-inclusive, per un costo del pacchetto di 7 giorni di circa € 1400 a persona (volo escluso). Siamo decisamente competitivi rispetto ai valori di mercato.

Oltre a quanto detto, puntare su un progetto che favorisce gli interventi conservativi di fabbricati di valore storico e artistico è un gesto di altissima politica, così come lo è la realizzazione di posti letto senza consumare altro suolo.

Un altro requisito che conferisce elevata valenza politica al progetto è l’investimento sul capitale umano che deriva   dalla scelta del settore: i servizi alla persona (il turismo, l’intrattenimento, la ristorazione, l’incoming) sono tutte attività finalizzate alla persona e prodotte da persone. Non è previsto l’uso di macchine!

L’enfasi puntata sulla produzione culturale, inoltre, fornisce opportunità di impiego innovativo ai giovani laureati in materie umanistiche di cui il Sud abbonda.

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