I tagli della spesa pubblica e delle imposte alla luce del “Teorema del bilancio in pareggio”

di  Arturo Hermann// //

Come è noto, il tema della riduzione della spesa pubblica e della tassazione è al centro del dibattito di politica economica.

Nel pensiero e nella prassi neo-liberista, questi obiettivi sono semplificati all’estremo, nella convinzione che le forze di mercato, così “liberate” dai lacci e lacciuoli” dell’azione pubblica, assicureranno crescita e benessere per il maggior numero possibile di persone.

In una visione più realistica, e in base ad un principio di sussidiarietà, possiamo essere in linea di massima d’accordo con l’obiettivo di ridurre, quando possibile, sia la spesa pubblica che la tassazione.

Ad esempio, è sicuramente più economico ed efficiente che, ad esempio, il mercato del bricolage sia organizzato in modo spontaneo da artisti che da un dipartimento del ministero con una pletora di dirigenti di prima e seconda fascia inefficienti e strapagati.

Però, non tutte le cose sono così semplici, ed in molti casi l’intervento pubblico è necessario per mantenere un adeguato livello di concorrenza. Così come il settore pubblico è importante per la produzione dei cd beni pubblici e, non ultimo, per il sostegno della domanda effettiva.

L’aspetto debole del neo-liberismo è che, nel suo obiettivo di ridurre a tutti i costi la spesa pubblica e la tassazione, non considera questi aspetti, con effetti disastrosi sulle politiche da esso ispirate.

Vediamo quindi che succede se riduciamo la spesa pubblica e la tassazione di un uguale ammontare, poniamo di 1000 milioni di euro.

Partiamo dal cd teorema del bilancio in pareggio formulato da Trygve Haavelmo nel 1945, che ci dice che, in condizione di sotto-utilizzo delle risorse, un aumento della spesa pubblica accompagnato da un uguale aumento di imposte genera un aumento di domanda e di reddito uguale all’aumento di spesa, ossia con moltiplicatore uguale ad 1.

Infatti, un aumento di 1000 di acquisti del settore pubblico genera un pari aumento di reddito che va ai produttori. Questi, ipotizzando una propensione al consumo di 0,8, ne spenderanno 800, generando così un altro aumento di reddito, i beneficiari ne spenderanno poi 0,8*800, e così via nelle successive transazioni.

La serie di aumenti dei consumi e del reddito sarà quindi uguale a:

A) ∆Y = 1000(1 + c + c2 + cn) = 1000*(1/1 – c) = 1000*(1/1 – 0,8) = 5000

Considerando un aumento di imposta di pari ammontare si ha la seguente diminuzione di reddito, che parte da 800, ossia dalla parte consumata:

B) ∆Y = – [800(1 + c + c2 + cn)] = – 800*(1/1 – c) = – 800*(1/1 – 0,8) = – 4000

L’effetto netto è quindi dato da A – B, ossia

1000*(1/1 – 0,8) – 800*(1/1 – 0,8) = 5000 – 4000 = 1000

che corrisponde proprio l’aumento di spesa pubblica iniziale.

Chiaramente, il teorema vale anche “al contrario”. Se quindi diminuiamo la spesa pubblica e la tassazione di un uguale ammontare, si avrà la sequenza opposta: – 5000 dal lato della minore spesa + 4000 dal lato delle minori tasse, con effetto netto uguale a – 1000.

Quindi, una riduzione di pari importo della spesa e della tassazione comporta una diminuzione di pari importo del PIL.

Chiaramente vi saranno anche altre considerazioni: in particolare, la spesa pubblica dovrà corrispondere all’aumento di beni e servizi, e non a semplici trasferimenti. Anche in questi casi, vi sono fondati elementi per ritenere che il moltiplicatore della spesa pubblica sia più elevato di quello fiscale. Ad esempio, è intuitivo prevedere che i tagli alle pensioni, specie se medio-basse, avranno un effetto molto più devastante e depressivo per l’economia rispetto alla corrispondente riduzione di imposte spalmata su molti soggetti.

È necessario, se si vuole attuare una politica economica realistica, non immaginare che la domanda effettiva venga creata magicamente, ma tenere conto di questi aspetti.

Quindi, se riteniamo che sia utile eliminare 1000 di spese inefficienti, come si può procedere per non deprimere il sistema economico?

Una prima strada consiste, ed è stata largamente seguita, nell’aumentare il credito verso le imprese e la famiglie, con il risultato che la quota del debito privato sul PIL è molto elevata in tutti i Paesi OCSE — con valori dal 150% al 300% — ed in particolare in quelli più avanzati (evidentemente sono ritenuti più affidabili, anche se molto probabilmente, nella migliore delle ipotesi, ripagheranno solo una piccola quota del debito). Per questo e per altri motivi, tale strada non è percorribile all’infinito.

Un’altra strada, sicuramente preferibile, è quella di rendere più credibile l’azione pubblica e, su questa base, convogliare le somme risparmiate in investimenti per l’ammodernamento delle infrastrutture materiali ed immateriali, per il riequilibrio territoriale, e per lo sviluppo del capitale umano e sociale.

A questo riguardo, per citare solo un dato, la situazione evidenziata dalla SVIMEZ è preoccupante,

http://www.repubblica.it/economia/2015/07/30/news/dal_2000_il_mezzo…

non è più tempo di inseguire miraggi neo-liberisti, è necessario un nuovo intervento pubblico, che non ricalchi gli errori della gestione allegra e personalistica del passato, ma che si ponga veramente al servizio dello sviluppo.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...