FUOCOAMMARE

di Giuseppe Ardizzone

E la nonna racconta che tanti anni fa, durante l’ultima guerra, le luci rosse dei bengala, lanciati nella notte, tingevano di rosso il colore del mare, come se ci fosse il fuoco.

Di nuovo, oggi, il mare si tinge di rosso, come allora, di notte,  a ricordarci che forse, in modo diverso, stiamo assistendo ad un’altra guerra!

Fuocoammare non è solo poi il titolo del film, ma anche di una musica, ispirata da quelle immagini e ricordi di guerra, che viene trasmessa dalla radio locale con l’opportuna dedica ai vari mariti e pescatori impegnati nella pesca, di notte, a mare.

Le immagini del film di Gianfranco Rosi, premiato con l’Orso d’oro al festival di Berlino, entrano nelle case e nella vita quotidiana della gente di Lampedusa.

 La nonna si aggira nella sua cucina mentre prepara i calamari freschi, appena pescati, immersi in un sugo che, al solo vederlo, ti fa venire l’acquolina in bocca.

Quel sugo che condisce gli spaghetti risucchiati avidamente dalla bocca di Samuele, durante il pasto a tavola con il padre e la nonna, mentre si chiacchiera del mare e delle difficoltà dell’iniziazione del ragazzo alla vita del pescatore o del marinaio.

“Devi andare sul molo galleggiante sull’acqua e starci il tempo che occorre per imparare a non soffrire più il mal di mare” …. Lo farai? – Certo risponde Samuele.

E lo farà, fra gli spari del suo fucile a pompa immaginario ed un’escursione in campagna, a caccia  con la fionda.

L’anello di congiunzione fra il ragazzo ed i migranti che arrivano sull’isola è rappresentato dal medico condotto che, con la stessa amorevole cura, si occupa di ognuno di quei poveretti e, allo stesso modo, del ragazzo che gli parla dei suoi disturbi di respirazione.

E’ la narrazione del medico che ci porta con mano a guardare in viso la sofferenza dei migranti, prima in mare sui barconi, poi salvati e registrati all’arrivo e poi all’interno del centro d’accoglienza.

Avrei preferito che il film finisse con l’incontro del ragazzo Samuele con un bambino dei migranti.

 Mi sarebbe piaciuto che avessero potuto parlare fra di loro, anche comprendendosi con difficoltà, restando impauriti o magari imparando a giocare insieme.

Mi è mancato questo momento d’incontro che, forse, è la vera “mancanza”che viviamo tutti, all’interno di questo immenso dramma. Siamo disposti anche ad aiutarli nei centri d’accoglienza; ma, quanti di noi sarebbero disposti a cambiare le proprie abitudini di vita, le condizioni di lavoro, la propria cultura, per stabilire un vero dialogo con loro?

Samuele, nella notte, munito di una torcia, si avventura invece nella campagna, e scopre sui rami di un albero un piccolo uccellino con cui dialoga cinguettando come può.

Il film finisce e mi lascia un vuoto, mentre scorrono i titoli di coda tra la musica di “fuocoammare”.

Se possiamo provare a cinguettare e dialogare con un uccellino, forse possiamo provare a confrontarci e vivere insieme anche con un migrante.