Programma politico Verso un’Italia 4.0

Le sfide….
La società italiana si trova di fronte a tante sfide, in parte comuni a tutti i paesi industrializzati, in parte con caratteristiche specifiche. Alcune di queste sfide si sono andate precisando nel corso degli ultimi decenni, altre sono esplose più recentemente.
Economia e lavoro
Anche se l’economia mondiale continua a crescere bene, il tasso di crescita dei paesi industrializzati è rallentato nel corso degli ultimi due decenni. Oggi si è già molto contenti di avere un tasso di crescita del due per cento. Per di più, quasi tutti i paesi industrializzati hanno subito l’effetto della crisi del 2008/2009, nata dagli eccessi della liberalizzazione finanziaria. Per la metà dei paesi europei, compreso il nostro, si è aggiunta poi una nuova recessione nel 2012/2013 dovuta alla situazione delle loro finanze pubbliche. Più grave ancora per la tenuta della nostra società è il fatto che la distribuzione dei redditi si è andata deteriorando negli ultimi trenta anni sotto la spinta del progresso tecnologico e della concorrenza sui mercati. Questo ha creato una situazione dove i deboli tassi di crescita attuali non riescono a migliorare le condizioni di vita della parte più povera della nostra popolazione e dove è diventato molto difficile correggere gli effetti delle recessioni.
A questi problemi comuni alla maggioranza dei paesi industrializzati si aggiunge il fatto che da venticinque anni il nostro paese cresce sistematicamente meno degli altri paesi europei. Questo rende la nostra situazione più grave. Mentre quasi tutti i paese europei hanno raggiunto i livelli di creazione di ricchezza precedenti la crisi del 2008/2009, nonostante i buoni risultati recenti il nostro paese li raggiungerà non prima del 2022/2023.
Trasformazioni tecnologiche
Ma la nostra economia sta subendo anche moltissimi cambiamenti dovuti al progresso tecnico e all’uso delle tecnologie digitali. Questo sta cambiando la struttura di tanti mercati, sta rendendo superati tanti prodotti e servizi e ne sta creando di nuovi. Legittimamente tanti si chiedono cosa succederà dei loro posti di lavoro.

L’economia creerà sicuramente nuovi posti di lavoro, ma questo richiederà un grosso sforzo di adattamento, non facile per persone che hanno già sviluppato professionalità specifiche.
Le nuove tecnologie stanno anche cambiando in maniera profonda la maniera in cui interagiamo tra di noi. I social network hanno cambiato in maniera irreversibile la maniera in cui abbiamo accesso all’informazione e la nostra maniera di reagire. Anche la maniera di impegnarsi in politica è cambiata.
Cambiamenti climatici
La nostra società sta facendo fronte anche alla sfida del riscaldamento globale. I suoi effetti cominciano forse ad essere già visibili nella maggiore instabilità dei fenomeni meteorologici. Abbiamo tutti sottoscritto l’impegno – 2 – 8 dicembre 2017 a ridurre le emissioni di CO2, ma realizzarlo non sarà facile. Questo richiederà altri cambiamenti nella nostra maniera di consumare, di produrre e di vivere. Dovremo abbandonare tante cose che diamo per scontate, per esempio, dovremo utilizzare in maniera diversa le nostre automobili.
Invecchiamento della popolazione
Viviamo più a lungo. È un’ottima notizia che si riescano a sconfiggere tante malattie e che la vita media si allunghi. Ma questo mette in difficoltà i nostri sistemi pensionistici e aumenta fortemente il costo delle cure sanitarie. Abbiamo sempre più persone dipendenti e sempre meno persone attive che lavorano e che pagano contributi.
Demografia e immigrazione.
La nostra natalità si riduce, spesso in proporzioni fortissime che molti ancora non hanno avvertito: secondo ISTAT, nei prossimi 50 anni la popolazione italiana autoctona potrebbe ridursi di 20 milioni: https://www.istat.it/it/files/2017/04/previsioni-demografiche.pdf
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Abbiamo quindi il ritratto di un paese che da solo non ce la può fare, un paese che avrà un numero di vecchi che i giovani non potranno mantenere. Occorre quindi pensare da subito a politiche per la famiglia e nel contempo includere nel paese i giovani figli di immigrati regolari con lavoro, quei giovani che si sono integrati fin dai primi anni di scuola. I rischi di questa operazione sono di gran lunga inferiori ai benefici per il paese e per la società italiana.
In concomitanza con questo fenomeno, cioè il calo della popolazione italiana e la crescita degli immigrati regolari, occorre gestire il problema dei profughi, che va tenuto ben distinto dal precedente.
Il miglioramento della situazione economica nell’Africa sub-sahariana sta provocando un’esplosione demografica. Questo induce moltissime persone a cercare delle condizioni di vita migliori in Europa. Al tempo stesso, i conflitti in varie parti del mondo vicini a noi stanno creando milioni di profughi che devono fuggire dai loro paesi semplicemente per sopravvivere. Questo è alla base del numero enorme di profughi che sono disposti a rischiare la loro vita pur di arrivare in Europa.

Purtroppo, le dimensioni del fenomeno superano le capacità di assorbimento dei nostri paesi e, sicuramente quelle dell’Italia. La capacità di assorbimento di profughi da parte di un paese dipende dalla sua ricchezza economica, dalla efficienza della sua pubblica amministrazione e dall’esistenza di un sistema efficace di aiuti sociali per i residenti che non dia loro l’impressione di essere discriminati rispetto ai nuovi arrivati. L’Italia, da tutti questi tre punti di vista, ha un grado di capacità di assorbimento basso. Negarlo sarebbe assurdo e controproducente. Gli arrivi attuali sono gestiti bene in alcune parti del paese, ma stanno creando problemi insostenibili in tante altre parti del paese, specialmente quelle già svantaggiate.

…. e le loro conseguenze

Un’insicurezza generalizzata
Il numero, la natura e la complessità delle sfide di fronte a noi generano una insicurezza e un pessimismo diffuso. Molto spesso i sondaggi mostrano come anche le persone che giudicano in maniera anche molto positiva la loro situazione attuale, siano molto negative sulle prospettive future.
Una reazione di chiusura su se stessi
L’incertezza e le paure provocano un rifiuto di tutto quello che è nuovo, che è diverso e che viene da lontano. Utilizziamo le nuove tecnologie meno di altri paesi (eppure queste sarebbero necessarie per rendere più competitiva la nostra economia); abbiamo paura di tutti quelli che sono diversi ( e molto spesso le persone che arrivano nel nostro paese sono portatrici di valori che non condividiamo) e abbiamo paura dell’apertura al commercio internazionale (che non è aumentata negli ultimi dieci/quindici anni).
Le trasformazioni sono attribuite alla globalizzazione (che alcuni si illudono di poter rifiutare ricorrendo al protezionismo) quando invece queste sono dovute soprattutto al progresso tecnico che non è controllabile e che non vogliamo rallentare. L’Unione europea viene vista come un’organizzazione che favorisce l’apertura dell’economia e questo contribuisce alla riduzione del suo sostegno.
Più grave ancora, si è perso il senso dell’essere un corpo comune che deve muoversi verso uno scopo comune: la nostra versione dell’American Dream, una società migliore, più ricca e più giusta.
L’Italia offre il ritratto di un paese fermo, privo di fiducia in se stesso, scarsamente efficiente e impreparato a raccogliere le sfide in arrivo.
Il populismo
Le sfide di fronte a noi sono estremamente complesse e richiedono risposte che spesso non siamo ancora nemmeno riusciti ad identificare. Questo apre tantissimi spazi per persone irresponsabili che propongono soluzioni sempliciste e sbagliate (per esempio, l’uscita dall’euro) che non potrebbero mai avere i risultati che vengono loro attribuiti.

I nuovi mezzi di comunicazione, una stampa e una televisione pubblica deboli non forniscono in maniera sufficiente informazioni corrette e il comportamento irresponsabile di tante personalità politiche aggravano enormemente il problema

La risposta del PD
Il PD vuole cambiare l’Italia, creare un paese moderno, che corre e che ha fiducia in se stesso. In breve, mutuando la sigla della nuova rivoluzione industriale, che vede le tecnologie comunicare tra di loro, liberando l’uomo dai lavori faticosi e poco attraenti e lasciandogli invece un compito sempre più originale e creativo, il PD vuole una Italia 4.0.
Prima di indicare alcune direzioni concrete nelle quali il PD lavorerà è necessario ricordare i valori che il partito difende. Questi sono quelli indicati nella “Carta dei Valori” e soprattutto la difesa di una società aperta, democratica e tollerante. Questa deve essere anche basata su di un forte grado di solidarietà tra tutti i cittadini in funzione delle loro possibilità e sul rafforzamento della nostra economia di mercato come base per la creazione di posti di lavoro e ricchezza necessaria per realizzare i valori indicati.
La società europea, nonostante alcune derive preoccupanti in alcuni paesi, è oggi quella che nel mondo meglio rappresenta questi valori e ha oggi il compito di difenderli.
L’azione del Partito Democratico si svilupperà in sei direzioni principali.
1) le modifiche strutturali dell’economia italiana per far si che questa sia almeno capace di crescere come quelle degli altri paesi dell’eurozona. Abbiamo bisogno di molti anni di buona crescita per creare posti di lavoro e migliorare il livello dei nostri salari. Abbiamo ancora uno dei tassi di occupazione più bassi in Europa e i nostri redditi sono diminuiti rispetto a quelli degli altri paesi per oltre venti anni. La riduzione della tassazione del lavoro e l’aumento del grado di concorrenza nell’economia saranno due punti essenziali dell’azione in questa direzione.
2) un’azione decisa per migliorare il funzionamento della nostra pubblica amministrazione. Dobbiamo migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini. Tradizionalmente noi siamo quelli che offriamo lo “stato” come soluzione a tanti problemi. Ma per i cittadini lo “stato” non sono solo le grandi istituzioni, molto spesso lo stato è un impiegato poco cortese o un ufficio locale poco efficiente. Contrariamente a quanto molti pensano, l’Italia non spende molto per offrire servizi pubblici ai cittadini, anzi spende meno della media dell’Unione europea. Ma la nostra pubblica amministrazione è male organizzata, bloccata da troppe norme di cattiva qualità e usa troppo poco le nuove tecnologie. – 4 – 8 dicembre 2017
3) una politica di bilancio responsabile per impedire ulteriori aumenti del nostro debito pubblico. Dove l’Italia spende più degli altri paesi è negli interessi sul suo debito pubblico. Spendiamo per questa voce quasi il doppio di quanto spendiamo per gli investimenti pubblici nonostante oggi i tassi di interesse siano eccezionalmente bassi. I principi “keynesiani” raccomandano di sostenere la domanda con un aumento del disavanzo quando si è in recessione, ma di avere un avanzo di bilancio per ridurre il debito quando c’è crescita economica.

4) la creazione di un sistema di aiuti sociali simile a quelli che esistono in quasi tutti i paesi europei. Molte cose sono state fatte negli ultimi anni, ma la strada per raggiungere il livello degli altri paesi è molto lunga. La maggior parte delle risorse finanziarie che saranno disponibili dovranno essere utilizzate per progredire in questa direzione.
5) la continuazione di una linea di controllo dei flussi migratori irregolari in arrivo nel nostro paese e di azioni decise per assicurare il rispetto dello stato di diritto in tutto il paese. Bisognerà costruire su quanto fatto negli ultimi anni. Sarà anche necessario riformare la giustizia perché abbia tempi più rapidi e creare la possibilità che le pene detentive siano effettivamente scontate. Non è possibile che delle persone arrestate oggi siano rimesse in libertà domani per mancanza di posti nelle prigioni.
6) il miglioramento della nostra scuola, della nostra università e il finanziamento della ricerca. Dobbiamo avere una scuola che prepari i giovani al mondo in cui dovranno operare e che riduca gli squilibri provocati dalle condizioni di partenza. Alcune cose sono state fatte negli anni scorsi – la “buona scuola” ha messo risorse finanziarie notevoli a disposizione della scuola e qualcosa è stato anche fatto per l’università. Ma c’è ancora tanto da fare. Per la ricerca è necessario uno sforzo di razionalizzazione.

Il programma

Società e diritti civili e sociali
Grazie al PD grandi passi avanti sono stati fatti nel campo dei diritti civili e sociali: legge del “dopo di noi”, unioni civili, divorzio breve e testamento biologico. Il PD intende proseguire su questo cammino, con l’obiettivo di garantire una migliore prospettiva di vita per la persona, i suoi famigliari e la società.
Lo ius soli è il prossimo appuntamento importante, anche per mettere al riparo la società dalle gravi conseguenze del calo demografico.

Europa

Il Partito democratico vuole che l’Italia resti nell’Unione Europea e vuole contribuire a migliorarne il funzionamento e sostenerne il potenziamento.
E’ necessario che il Partito Democratico sviluppi una narrazione positiva, una visione positiva dell’Europa che possa convincere le nuove generazioni e che possa permettere di trovare punti di incontro con quello che vuole il resto dei cittadini europei.
Il messaggio del Manifesto di Ventotene, che mette l’Europa prima degli stati nazionali, deve diventare la bussola politica dell’Europa e l’Italia deve adoperarsi per questo. Ma occorre anche prendere atto che il processo di integrazione europea si è basato su di un approccio più pragmatico che potremmo sintetizzare così: dobbiamo stare assieme perché abbiamo bisogno gli uni degli altri.

In questa ottica, ci sono tante cose che devono essere fatte dagli stati nazionali e ci sono alcune cose che possono essere fatte in maniera efficace solo a livello comune, a livello europeo. L’azione del prossimo governo sarà volta quindi al sostegno della moneta unica ed alla integrazione di ulteriori funzioni, dalla difesa alla gestione dell’eurozona, dallo sviluppo delle nuove tecnologie, alla politica energetica e all’immigrazione.

Energia e Ambiente

Il 10 novembre 2017 è stata pubblicata la nuova strategia energetica nazionale (SEN), un documento che contiene gli obiettivi da raggiungere in campo energetico entro il 2030. A questo documento dovrà seguire, entro il 2019, un insieme di leggi in grado di realizzare concretamente questi obiettivi, il Piano Energetico Nazionale (PEN). Il nuovo governo dovrà quindi procedere a questo importante passo, delineando in piano di validità almeno ventennale, che dovrà essere periodicamente aggiornato e rivisto, anche alla luce delle rapide evoluzioni tecnologiche di questo settore.
Il PEN dovrà quindi prevedere degli obiettivi di base da raggiungere entro il 2030.
Gli obiettivi della SEN sono realistici e tengono presente l’ostacolo maggiore alla penetrazione delle rinnovabili, che è rappresentato dalla gestione intelligente della rete elettrica e dalla presenza di impianti di accumulo energetico. Questi limiti potranno quindi essere ulteriormente superati se la evoluzione delle tecnologie lo permetterà.

In accordo con la SEN, gli obiettivi del piano energetico dovranno consentire, entro il 2030, di
1. Passare dal 17% attuali al 28% di energie rinnovabili sui consumi totali complessivi, dal 33% al 55% nei consumi elettrici, dal 19% al 30% nei consumi termici e dal 6% al 21% nei trasporti.
2. Ridurre ii consumi energetici attraverso l’efficienza energetica di almeno 10 MTep (Milioni Tonnellate di Petrolio equivalenti).
3. Eliminare entro il 2025 la fonte fossile più inquinante, il carbone. Il sistema elettrico sarà quindi basato essenzialmente su gas e rinnovabili. Gli incentivi perle biomasse dovranno distinguere sul tipo di combustibile utilizzato, privilegiando scarti e biomateriale di risulta a filiera corta.
4. Raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico.
Questi obiettivi dovranno far mantenere all’Italia il ruolo attuale di leader europeo nel campo dell’uso delle fonti rinnovabili, dell’efficienza energetica e nella riduzione delle emissioni dannose per il clima.
Per quanto riguarda il territorio, particolare attenzione verrà data al consumo di suolo,che vede l’Italia ai primi posti in Europa. Dovranno essere favorite le nuove concessioni edilizie che prevedano il recupero di spazi dismessi pubblici e privati.
Per garantire la salute e controllare l’inquinamento, occorre rendere più trasparenti le procedure: ad esempio le ARPA dovranno mettere in rete in tempo reale i valori rilevati dalle centraline sparse sul territorio.

Dovrà essere realizzato un piano di piccole opere per la messa in sicurezza del territorio ed il potenziamento della rete ferroviaria minore.
Immigrazione e Sicurezza dei cittadini
Riguardo alla immigrazione, deve essere attuata un politica che non sia né pura accoglienza né chiusura protezionistica.
Occorre quindi continuare la linea Minniti, cercando di realizzare il massimo della accoglienza e della solidarietà compatibilmente con le possibilità concrete delle strutture ricettive del paese. E’ chiaro quindi che occorrono dei meccanismi di limitazione e controllo più efficienti di quelli di oggi, che vanno studiati anche a livello europeo.
Vanno riviste le norme sul lavoro socialmente retribuito (quindi non più su base volontaria) per accedere ai programmi di accoglienza per i richiedenti asilo. Lo svolgimento di attività lavorative per chi non in possesso dei requisiti di rifugiato politico dovrà influire sui provvedimenti di espulsione e concessione del permesso di soggiorno.
Ovviamente deve scattare l’obbligo di espulsione (non con fogli di via ma con trasferimento coatto) per tutti gli extracomunitari sorpresi a delinquere. Per chi in possesso del permesso di soggiorno deve scattare sospensione immediata del permesso.
Riguardo alla sicurezza, si deve continuare con la riforma della giustizia per rendere certa e rapida la applicazione della pene, che è il modo migliore per scoraggiare chi delinque.
Anche le norme di riduzione e sconto di pena per i reati più gravi andranno riviste.
Politiche di sviluppo
Il nostro paese è ultimo per produttività e non ha ancora recuperato il PIL del 2008, prima della crisi economico finanziaria. Una vera e propria catastrofe, che può essere superata non incrementando il debito, ma rimuovendo nel più breve tempo possibile le vere cause di questa dèbacle, senza avere timore di toccare privilegi o consuetudini incrostati negli anni.
Si deve smettere di pensare che la ripresa economica dipenda da investimenti pubblici a debito. Il fattore dominante è invece molto semplice: bisogna fare prodotti competitivi che si vendano e che migliorino la qualità della vita delle persone.
Nel piano di sviluppo non andrà dimenticato il recupero civile sociale e produttivo delle zone terremotate, destinando a queste le risorse adeguate, con procedure rapide.Occorre pertanto un nuovo piano per la produttività e la crescita, che continui le politiche già iniziate e basato sui punti seguenti. Queste norme devono essere attuate nei primi due anni di governo:
1. Stabilizzare la spesa pubblica per le pensioni e indirizzare nuove per sostenere i giovani e le iniziative produttive. 2. Applicare le nuove politiche per la ricerca e innovazione delineate in questo programma 3. Semplificare drasticamente la burocrazia, portando i tempi di realizzazione di nuove iniziative allo stesso livello dei paesi concorrenti. Ci siamo abituati a norme assurde come se fossero inevitabili, questo va cambiato. Un esempio per tutti: il bollo elettronico.
4. Dare tempi certi alle imprese per la realizzazione di nuove iniziative, rivedendo le norme che permettono ricorsi immotivati che ritardano da anni le grandi e piccole opere.
5. Favorire la nascita di medie e grandi imprese o consorzi di imprese (“silicon valley projects”), attraverso norme favorevoli e attuando le nuove tecnologie dell’industria 4.0, la cui implementazione è già iniziata ad opera degli ultimi governi. Il piano industria 4.0 potrà svolgere un ruolo importante per l’internazionalizzazione delle nostre imprese, potenziando le loro esportazioni, e sarà determinante anche per la crescita e lo sviluppo del sistema bancario Italiano ed Europeo.
6. Avere una giustizia rapida ed efficiente per tutti, incluse le imprese.
7. Attuare norme fiscali favorevoli per le nuove imprese.
8. Continuare, con più forza e decisione, nella introduzione di norme che favoriscano la liberalizzazione delle professioni, la semplificazione degli atti e la concorrenza, a vantaggio sia dell’inserimento dei giovani nelle professioni sia del cittadino.
Per rilanciare lo sviluppo del paese, è indispensabile che anche lo Stato modifichi la sua organizzazione e migliori l’efficienza dei servizi alle persone e alle imprese. Questo deve avvenire lungo due direttrici: miglioramento e semplificazione delle procedure e introduzione delle nuove tecnologie.
Sul primo aspetto un passo importante sarà la ridefinizione delle dimensioni dei comuni, per assicurare una dimensione adeguata alla complessità delle nuove tecnologie e procedure, come la rivoluzione digitale, ed assicurare le giuste economie di scala.
Il secondo aspetto richiederà la decisa prosecuzione dei progetti già in atto, che vanno sotto il nome di rivoluzione digitale. Questi progetti, fortemente voluti dal PD, rappresentano la trasformazione più importante del sistema pubblico degli ultimi decenni

Lavoro

Il Jobs Act ha semplificato la legislazione definendo chiaramente il ruolo delle aziende e quello dei lavoratori, ponendo fine ad una serie di situazioni equivoche, ingiustizie e disuguaglianze di trattamento, dannose sia per i lavoratori sia per le finanze dello stato.
Le politiche del Jobs Act vanno però migliorate e completate. Invece che arroccarsi su un ripristino simbolico dell’art 18, di fatto già depotenziato e nella pratica cancellato dalla legge del governo Monti-Fornero del 2012, proponiamo di proseguire le politiche di sostegno e tutela del lavoratore, in termini sia economici sia professionali, separandole da quelle dall’azienda. Mentre l’una dovrà seguire le leggi del mercato e propri piani industriali, la tutela del lavoratore e la sua riqualificazione dovrà essere l’obiettivo principale delle politiche sul lavoro del governo.
Lavoratori validi messi fuori gioco dalle nuove tecnologie non andranno prepensionati, ma seguiti, formati e messi in grado di contribuire a se stessi, alla propria famiglia ed alla società. Va anche rivista l’età limite per la agevolazione delle assunzioni.

L’assunzione dei giovani richiederà un salto culturale e non solo politico: i giovani vanno tutelati, incentivati ed inseriti al più presto in modo stabile nel sistema produttivo, per creare quel senso di appartenenza al progetto sociale collettivo che è il presupposto dello sviluppo equilibrato, equo e ottimale di ogni società organizzata.
Ogni investimento sulle politiche del lavoro dovrà sostenersi su proposte industriali valide basate su un nuovo piano della produttività e non essere programmato a deficit, incrementando il debito pubblico. Questo l’Italia non se lo può più permettere, per la tutela stessa del futuro dei lavoratori e delle nuove generazioni.
Bisogna completare il volto italiano della Flexsecurity in modo che alla necessaria flessibilità ed indirizzo della risorsa lavoro verso le attività più produttive, si accompagni la sicurezza del singolo lavoratore attraverso adeguati ammortizzatori sociali che lo assistano nei periodi di disoccupazione.
In particolare si realizzeranno i seguenti punti

a) I limiti temporali della NASPI (Nuova Assicurazione Sociale Per l’Impiego) devono essere superati per assistere adeguatamente anche chi si troverà in una situazione di disoccupazione di lunga durata. Bisogna che vi siano adeguati ammortizzatori sociali nei confronti dell’inattività e la difficoltà d’ingresso nel mercato del lavoro oltre che della conseguente marginalità. Questa è una questione di cui l’intera società deve farsi carico.
b) L’applicazione del ” Jobs Act” deve essere estesa quanto prima al mondo del lavoro pubblico. Questo è essenziale per modificarne radicalmente l’aspetto e migliorare l’utilizzo della risorsa lavoro. Accanto a questo va offerta la possibilità di passaggio da un settore all’altro della Pubblica Amministrazione con la necessaria graduazione rispetto all’anzianità di lavoro ed anche il possibile trasferimento territoriale.
Il sistema premiante e la retribuzione del settore pubblico vanno radicalmente modificati nel segno della meritocrazia, dell’efficienza e dell’educazione complessiva del sistema pubblico Italiano a lavorare per obiettivi.
c) La possibilità di utilizzo del lavoro precario deve essere limitata come durata ed applicazione ed aumentare in maniera significativa il suo costo orario rispetto al lavoro continuativo. Devono essere inoltre totalmente equiparati gli aspetti di tutela e di contribuzione

Politica Fiscale

Ci poniamo come obiettivo realistico la diminuzione della pressione fiscale sui cittadini agendo sulla evasione e sulla elusione. I maggiori introiti ricavati da queste politiche andranno all’inizio non tanto alla riduzione delle aliquote, ma ad un aumento della entità e del tipo delle deduzioni e detrazioni per i cittadini, realizzando un concreto sostegno per i singoli e le famiglie facendo attenzione ai casi concreti e alle situazioni di reale difficoltà. .
Occorre Aiutare fiscalmente i giovani e le mamme che lavorano, con agevolazioni fiscali mirate ed aiuto alle famiglie.
Proponiamo una rimodulazione della progressività fiscale IRPEF a gettito costante

0-12mila euro esente
12-18mila euro 23%
18-28mila euro 27%
28-55mila euro 35-38%
55-75mila euro 41-43%
75-120mila euro 45%
> 120mila euro > 49%

Pubblica Istruzione

Intendiamo rafforzare e completare il progetto della Buona Scuola.
Le critiche al progetto hanno riguardato la sistemazione della situazione pregressa (essenziale per ripartire col piede giusto per un rilancio definitivo della Scuola), risultato di precedenti politiche inadeguate e ritardi burocratici. Anche se nessun risanamento del pregresso può essere efficiente al 100%, questa fase si è conclusa con la più massiccia immissione in ruolo di docenti degli ultimi anni.
Ora è tempo di guardare al futuro.

Bisogna avere il coraggio di mettere mano alla riforma vera, quella che sta oltre questi preliminari: il riordino dei cicli e la ristrutturazione della didattica della scuola secondaria, di primo e secondo grado.
Le cose da fare nella prossima legislatura sono:
1. Rafforzare l’organico dell’autonomia degli istituti. Questo è il punto più qualificante della riforma, che impegna studenti insegnanti e genitori in un circolo virtuoso, che permetterà di avere una scuola più flessibile e autonoma, più capace di gestire le proprie risorse.
2. Sviluppare l’alternanza scuola-lavoro procedendo a una revisione rapida di questo strumento, più rapida dei tre anni previsti dalla legge 107, rendendola più agevole da applicare per le scuole.
3. Ottimizzare i nuovi e positivi meccanismi già presenti nella riforma: costituzione di un sistema di educazione della prima infanzia che assicuri la copertura della domanda di nidi; riordino del settore del sostegno, che attualmente attraversa non poche difficoltà; rafforzamento dell’istruzione tecnica superiore, tenendo presente le nuove tecnologie dell’industria 4.0, necessario per evitare, come capita ancora in Italia, che l’unico sbocco formativo successivo al diploma sia l’università; monitoraggio e rilancio dell’istruzione degli adulti per promuovere l’eguaglianza delle competenze nelle società moderne; il rafforzamento del diritto allo studio.

4. E’ importante che alla fine del processo di revisione si arrivi ad un pacchetto di regole e procedure stabile, affidabile, chiaro, che sia mantenuto stabile nel tempo e che permetta al mondo della scuola di programmare il proprio futuro con certezza e serenità: procedure abilitanti, supplenze, assegnazioni di cattedre. I continui cambiamenti delle regole spesso pregiudicano l’attuazione di principi validi.
La nostra società si sta evolvendo in modo rapido, le nuove tecnologie stanno mettendo in difficoltà una arte delle persone. Utilizzando le strutture scolastiche sul territorio, va avviato un piano di istruzione permanente per gli adulti, anche per superare quel muro di diffidenza verso la scienza che spesso è di impedimento allo sviluppo del paese, al benessere delle persone ed alla sicurezza e del territorio

Università e Ricerca

Quando ci si occupa di Università e ricerca si incontrano subito delle sorprese. L’Italia si contende con la Grecia l’ultimo posto nella UE su tutti i parametri che caratterizzano la qualità del sistema. A partire dalla spesa rispetto al PIL (1.3% rispetto al 2.8% degli altri paesi), proseguendo col numero di ricercatori, di giovani con istruzione universitaria, di dottorati, di brevetti e di ricercatori impegnati nel sistema produttivo.
Nei prossimi anni per l’Università non occorrono drastiche riforme, ma l’attuazione in tempi certi e a regime di quello che si è fatto in passato in modo frammentario: finanziamenti e politiche del reclutamento stabili e sufficienti pe garantire una espansione del sistema che ci riporti in linea con gli altri paesi per numero di laureati e investimenti nella didattica e nella ricerca, valutazione attenta delle strutture universitarie e conseguente politica finanziaria che garantisca una qualità dei servizi offerti omogenea sul territorio, premiando il merito e le eccellenze e incentivando a recuperare le carenze che si rilevano.
In questo settore facciamo due proposte

1. Creazione della Agenzia Nazionale della Ricerca
Proponiamo una agenzia indipendente cioè l’istituzione di un’Agenzia Nazionale della Ricerca, analogo all’americana National Science Fundation (NSF) e alla DFG tedesca, il cui direttivo è di nomina governativa ma composto solo da scienziati.
L’Agenzia dovrà provvedere ai finanziamenti dei fondi destinati alla ricerca fondamentale e di base, in modo indipendente e solo sulla base della validità dei progetti. Come negli USA e in Germania, il governo può e deve indicare le priorità della politica per quanto riguarda la ricerca, ma il finanziamento di ogni progetto specifico avviene in modo indipendente dalla politica, sulla base del merito scientifico attraverso le Agenzie Nazionali.
La stabilità e la trasparenza delle regole verrebbe assicurata dall’Agenzia, consentendo certezza nei finanziamenti e nella definizione dei percorsi di formazione per i giovani ricercatori.La mancanza pressoché totale del requisiti della stabilità delle regole, tipico della situazione italiana degli ultimi decenni, nuoce alla Università e alla ricerca molto più della scarsità cronica di finanziamenti

2. Un Ente di Ricerca per la ricerca Applicata
La ricerca applicata sviluppa le conoscenze frutto della ricerca di base consentendo la loro applicazione nei contesti produttivi, iniettando tecnologia e innovazione nel tessuto produttivo del paese.
La ricerca applicata è dunque alla base della possibilità di creare nuove imprese ad alto contenuto di conoscenza mediante il trasferimento tecnologico.
Nonostante le esperienze di trasferimento tecnologico nel nostro paese siano in aumento, la complessità del processo e la distanza culturale tra il ricercatore e l’imprenditore rendono il numero di successi ancora molto limitato.
Noi proponiamo la creazione di un ente italiano per la ricerca applicata sul modello del Fraunhofer-Gesellshaft tedesco, il quale è un ente di ricerca a capitale misto con un bilancio di 2.5 miliardi, 30% pubblico, 70% privato, che si occupi di creare iniziative di innovazione tecnologica e industriale in campi come la tecnologia dell’informazione, le scienze della vita, la scienza dei materiali e la microelettronica. Va quindi invertito il meccanismo perverso attualmente in atto, cioè capitali interamente pubblici messi in mano a gestioni private al 100%, un modello che si sta rivelando fallimentare e di spreco di risorse.In alternativa alla creazione di un nuovo ente, si può valutare la trasformazione ed il rilancio dell’ENEA, che dipende dal ministero dello sviluppo economico (MiSE), e che ha già svolto e svolge in parte questa missione, anche con buoni risultati e successi.