Come uscire dal declino

di Alberto ROTONDI

 

Pochi grafici danno una idea della situazione dell’Italia come questo qui  sotto, tratto dal blog Vincitori e Vinti di Paolo Cardena:

http://www.vincitorievinti.com/2017/05/la-folgorante-ripresa-dellitalia.html#more

Si vede chiaramente che, dopo la crisi del 2008, tutti i paesi hanno ricominciato a crescere, tranne l’Italia. Anche negli ultimi anni, pur crescendo di poco, l’Italia resta distante dai tassi di crescita degli altri paesi. Ad oggi siamo l’unico paese industrializzato che non è ancora tornato al PIL del 2008 (fissato a 100 nel grafico).

 Se vogliamo uscire da questa crisi perenne dobbiamo chiederci perché, e da questi perché trovare le ragioni di una azione politica che rimuova progressivamente le numerose  cause che stanno alla base del declino dell’Italia.

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Riassumo qui le analisi fatte nel nostro circolo, sia nel sito che sulla pagina di facebook, se non altro per conservare per il futuro questi risultati.  L’elenco delle cause del declino, come vedrete, è abbastanza lungo.

1) Le nostre aziende sono troppo piccole e non ce la fanno a fare prodotti innovativi che si vendono. Il sistema ottimale probabilmente è quello tedesco, dove le grandi aziende fanno da traino alla piccola e media industria. Da noi c’è chi critica la grande industria senza sapere che senza grande industria si muore.

2) Leggi assurde su aziende in crisi e cassa integrazione, ora corrette dal jobs act, hanno legato il lavoratore ad aziende decotte e fuori mercato. Invece è necessario, come si fa ovunque, salvare il lavoratore ma chiudere aziende decotte.

3) La spesa pubblica, impiegata per le pensioni baby (circa 9 miliardi all’anno), le pensioni di persone potenzialmente ancora produttive, le pensioni d’oro (circa 3 miliardi all’anno) e per il pagamento del debito (80 miliardi all’anno, di cui 50 coperti con nuovi debiti), non ha risorse per sostenere i giovani e le iniziative produttive.

4) Le nostre aziende sono di tipo familiare e spesso carenti dal punto di vista manageriale.

5) In Italia manca un legame efficiente tra ricerca e innovazione industriale, come l’Istituto Frahunohfer in Germania, il quale è un ente di ricerca a capitale misto con un bilancio di 2.5 miliardi, 30% pubblico, 70% privato, che si occupa di creare iniziative di innovazione tecnologica e industriale in campi come la tecnologia dell’informazione, le scienze della vita, la scienza dei materiali e la microelettronica (si veda l’articolo di Pensiero Democratico Ricerca e Innovazione: due proposte).

6) La cultura dominante, naturistica e antiscientifica, supportata da molti movimenti politici, è contraria alle grandi imprese industriali e ai grandi progetti, che in altri paesi sono normali e che lo erano in Italia fino agli anni 70. La Svizzera ha appena aperto il S. Gottardo, 56 km di Galleria.

7) La nostra classe dirigente è culturalmente arretrata e non capisce l’importanza dell’innovazione. Anche molta classe politica è di questo tipo. Prova ne sia che si discute sempre di manovre di tipo finanziario per risolvere la crisi (uscire dall’Euro, svalutare, fare lavori pubblici, ecc.) e mai della cosa principale che conta veramente: fare prodotti validi che si vendano. E’ inutile che ci lamentiamo della Germania e poi compriamo Mercedes, Audi e Volkswagen.

8) La casta burocratica, quella che sta appena sotto la classe politica nazionale e locale, approfittando della debolezza della politica, si sta mangiando il paese; i tempi di risposta sono lunghissimi (rimborsi IVA dopo anni), le norme assurde (tipo bollo elettronico) e soprattutto le norme sono confuse e cambiano continuamente. Così tutto diventa discrezionale e nelle mani di pochi burocrati.

9) Le tasse per le imprese sono troppo alte. Bene sta facendo il PD ad occuparsene.

10) L’inefficienza della giustizia non consente alle aziende un recupero crediti rapido, una brevettazione efficiente e le costringe a spese legali altissime. Davigo diceva: in un paese normale per intimorire una persona si dice “guardi che la denuncio”. In Italia si dice: “mi denunci”;

11) la legislazione inefficiente stato-regioni (Titolo V) rende impossibile grandi opere infrastrutturali. Per esempio, l’attuazione di un piano energetico nazionale. I costi di questa inefficienza sono altissimi.

12) l’idea comune che Il lavoro sia una quantità fissa che può essere spartita tra generazioni. Invece non è così. Se ho una persona valida che lavora, devo fare in modo che il giovane si trovi un lavoro ulteriore, dato che lavoro crea lavoro e genera crescita, così avrò due persone attive che lavorano e producono più ricchezza da spartire per se è per gli altri. Se invece tolgo dal lavoro una persona valida e la sostituisco con uno più giovane che deve mantenerla, per fare lo stesso lavoro, avrò bloccato la crescita e generato povertà. Il lavoro per i giovani si crea con buone scuole, con l’innovazione scientifica e tecnologica, con una cultura solidale tra generazioni che assume i giovani li responsabilizza e li rende da subito parte del sistema, invece che sfruttarli con stage semi gratuiti.

13) A partire dagli anni 90, i grandi gruppi industriali italiani, con poche eccezioni, hanno intrapreso la strada delle operazioni e speculazioni finanziare, invece di quella della ricerca applicata e dell’innovazione.

Probabilmente c’è dell’altro, ma non vedo all’orizzonte un paese deciso a cambiare questa situazione. Purtroppo.

L’unica speranza è una decisa e dirompente azione politica