Ricerca e innovazione: due proposte

di Alberto Rotondi

Quando ci si occupa di Università e ricerca si incontrano subito delle sorprese. L’Italia si contende con la Grecia l’ultimo posto nella UE su tutti i parametri che caratterizzano la qualità del sistema. A partire dalla spesa rispetto al PIL (1.3% rispetto al 2.8% degli altri paesi), proseguendo col numero di ricercatori, di giovani con istruzione universitaria, di dottorati, di brevetti e di ricercatori impegnati nel sistema produttivo. A volte basta un dato per percepire da subito la gravità della situazione: i fondi per la ricerca di base universitaria (fondi PRIN) per i prossimi due anni sono 90 milioni di Euro per l’Italia. La Svizzera (8 milioni e mezzo di abitanti) spenderà 800 milioni di franchi.
Il governo Renzi ha cercato di invertire questa tendenza con qualche iniezione di fondi nel sistema, intenzione che viene ribadita anche nella mozione congressuale. Qui voglio sottolineare con forza che l’immissione di risorse, se fatta in maniera episodica, disorganica e senza una programmazione certa rischia di rivelarsi l’ennesimo buco nell’acqua, che non riuscirà a fermare il declino dell’Italia.
Faccio qui due semplici proposte per ottimizzare l’iniezione di risorse, che si spera avvenga nei prossimi anni.
1. Creazione della Agenzia Nazionale della Ricerca
L’Italia è l’unico paese dove esiste l’Agenzia Nazionale per la Valutazione e Ricerca (ANVUR), ma non esiste l’Agenzia Nazionale della Ricerca. Ad oggi i percorsi per l’accesso e gli enti che gestiscono il finanziamento della ricerca sono diversi, spesso indipendenti tra loro e soggetti a continui cambiamenti. Si pensi ad esempio al programma per la ricerca finalizzata del Ministero della Salute ed il programma PRIN del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che spesso finiscono per finanziare indipendentemente gli stessi progetti, con evidente spreco di risorse. Questo aspetto è trattato nella mozione Renzi, che prevede “un organismo snello incardinato presso la Presidenza del Consiglio che si occupi di innovazione e ricerca, in particolare della ottimizzazione dei fondi della ricerca distribuiti tra tutti i diversi ministeri.”
Io propongo invece una agenzia indipendente cioè l’istituzione di un’Agenzia Nazionale della Ricerca, analogo all’americana National Science Fundation (NSF) e alla DFG tedesca, il cui direttivo è di nomina governativa ma composto solo da scienziati. L’Agenzia dovrà provvedere ai finanziamenti dei fondi destinati alla ricerca fondamentale e di base, in modo indipendente e solo sulla base della validità dei progetti. Come negli USA e in Germania, il governo può e deve indicare le priorità della politica per quanto riguarda la ricerca, ma il finanziamento di ogni progetto specifico avviene in modo indipendente dalla politica, entrando nel merito scientifico attraverso le Agenzie Nazionali.
La stabilità e la trasparenza delle regole verrebbe assicurata dall’Agenzia, consentendo certezza nei finanziamenti e nella definizione di percorsi di formazione per i giovani ricercatori.
La mancanza pressoché totale del requisiti della stabilità delle regole, tipico della situazione italiana degli ultimi anni, nuoce alla Università e alla ricerca molto più della scarsità cronica di finanziamenti.

2. Un Ente di Ricerca per la ricerca Applicata

La ricerca applicata sviluppa le conoscenze frutto della ricerca di base consentendo la loro applicazione nei contesti produttivi, iniettando tecnologia e innovazione nel tessuto produttivo del paese. La ricerca applicata è dunque alla base della possibilità di creare nuove imprese ad alto contenuto di conoscenza mediante il trasferimento tecnologico.
Nonostante le esperienze di trasferimento tecnologico nel nostro paese siano in aumento, la complessità del processo e la distanza culturale tra il ricercatore e l’imprenditore rendono il numero di successi ancora molto limitato.
Il finanziamento pubblico alla ricerca applicata soffre di un vizio di forma, descritto bene da questa affermazione dell’economista Marcello De Cecco, fatta più di 15 anni fa: “una vera classe dirigente vuole realizzare le proprie strategie e poi, semmai, rivelarle al pubblico dei media. Non il contrario, come sembra essere divenuta la norma…. La tradizione italiana, nel campo dell’uso dei fondi pubblici per la ricerca, è che le grandi imprese li monopolizzino, usandoli al posto dei propri fondi invece di aggiungerli ad essi. Vale la pena, visti i risultati assai scarsi finora ottenuti con tale metodo, invertire il processo: dare i fondi ai laboratori universitari o a quelli del CNR e permettere ai ricercatori che lì lavorano di usare liberamente le proprie invenzioni trasformandole in processi industriali.”
Io aggiungerei qualcosa di più: propongo la creazione di un ente italiano per la ricerca applicata sul modello del Fraunhofer-Gesellshaft tedesco, il quale è un ente di ricerca a capitale misto con un bilancio di 2.5 miliardi, 30% pubblico, 70% privato, che si occupi di creare iniziative di innovazione tecnologica e industriale in campi come la tecnologia dell’informazione, le scienze della vita, la scienza dei materiali e la microelettronica. Va quindi invertito il meccanismo perverso denunciato da De Cecco, cioè capitali interamente pubblici messi in mano a gestioni private al 100%, in modello che si sta rivelando fallimentare e di spreco di risorse.
In alternativa alla creazione di un nuovo ente, si può valutare la trasformazione ed il rilancio dell’ENEA, che dipende dal ministero dello sviluppo economico (MiSE), e che ha già svolto e svolge in parte questa missione, anche con buoni risultati e successi.
Queste sono le due proposte che, sebbene impegnative nella loro realizzazione, potrebbero finalmente invertire la tendenza al declino della ricerca e dell’innovazione del sistema Italia.