UN DIALOGO A DUE VOCI SULLA VITTORIA ELETTORALE DI TRUMP

RIFLESSIONI SUL SIGNIFICATO DI TRUMP

di Ezio Ferrero

Si leggono in Italia assonanze apparentemente sorprendenti fra i commenti provenienti dalla “destra populista” e dalla sinistra più o meno radicale: i riferimenti alla crisi economica, alla globalizzazione, al sistema finanziario internazionale, alle accresciute disuguaglianze; anche il vaffa planetario evocato da Grillo è omogeneo a questa lettura. In sintesi: la rivolta anti establishment.

Già questo è un indizio che la classica contrapposizione destra – sinistra è in discussione.

Se poi si guardano le mappe del voto si vede che la “rust belt” vota Trump, così come per fare un esempio italiano recente, nelle periferie di Torino ha trionfato qualche mese fa  M5S, dopo che ormai da parecchi anni queste periferie non erano più un feudo della sinistra, ma al massimo della Lega.

E’ chiaro che le antiche categorie di destra e sinistra, come sono intese classicamente, non funzionano più.

Ma anche i tempi non sono quelli che sembrano. I “populismi” ed i movimenti e personaggi  che in varia misura possono essere considerati “anti-establishment” vengono da ben prima della crisi iniziata nel 2007: Silvio Berlusconi vinse le elezioni politiche in Italia nel 1994; Jean Marie Le Pen arrivò al ballottaggio per le elezioni presidenziali in Francia nel 2002.

La crisi quindi ha solo accelerato, non provocato, la rivolta anti-establishment, la cui vera causa iniziale può essere individuata nella globalizzazione e nelle sue conseguenze. Non ha senso stabilire una data di inizio per un processo che si è sviluppato in un arco temporale molto lungo, ma volendo scegliere una data simbolica possiamo indicare il 11 dicembre 2001, data di ingresso della Cina nel WTO.

Siamo quindi di fronte ad un processo, o meglio ad una serie di processi, che sono in moto da almeno una ventina di anni, che stanno producendo una colossale ridefinizione della geografia economica, dei modi di lavorare, di consumare che, non a caso, viene definita una nuova rivoluzione industriale.

E come in tutte le trasformazioni epocali ci sono coloro che ne beneficiano, o perlomeno ritengono di poterne beneficiare, e coloro che ne subiscono le conseguenze, o temono di subirle.

Da una ventina di anni in tutto l’occidente quindi, in modo più o meno marcato, con modalità e protagonisti diversi a seconda delle situazioni locali, si assiste ad una progressiva trasformazione del confronto politico da destra vs sinistra (seppur declinate secondo le specificità locali) a quello che potremmo definire globali vs antiglobali. La mappa del voto di ieri evidenzia in modo solare questo: le aree dove la globalizzazione ha portato benefici ha votato Clinton, la rappresentante dell’establishment che vuole proseguire sulla strada della globalizzazione,  il resto del paese Trump, l’uomo che promette muri, isolazionismo, abbandono dei trattati di libero scambio.

Le assonanze fra le reazioni di destra e di sinistra classiche in Italia sono meno sorprendenti se si guarda alle proposte. In sostanza tutti propongono una fuga, cambia solo la direzione.

La destra propone in sostanza un “ritorno al passato” simil Trump: non a caso esulta.  M5S una variante forse più immaginifica, ma sostanzialmente equivalente: ed esulta anch’esso.

Al netto di qualsiasi considerazione di carattere “morale” su alcune posizioni di Trump, Salvini o simili, questa posizione è insostenibile, almeno nel lungo periodo. Non ha senso pensare di tornare indietro, quando c’è la pressione di alcuni miliardi di persone in Asia ed Africa che vogliono partecipare al dividendo del benessere: in Asia soprattutto con lo sviluppo economico, in Africa al momento soprattutto con la migrazione, ma in futuro anche qui si assisterà ad un prepotente sviluppo, che in alcuni paesi è già iniziato.

La sinistra più o meno radicale propone una “fuga in avanti” o “uscita di lato” che dir si voglia: verso qualche non meglio precisata forma di socialismo o simile, anche qui qualcuno vorrebbe uscire dall’euro.

Questa posizione è e rimarrà marginale. Quote ridottissime di popolazione aspirano a qualche forma di socialismo, lo dimostrano i risultati elettorali in occidente e l’evoluzione socio-economica dei paesi ex socialisti, in primis Russia e Cina. E poi se proprio si vuole la fuga, meglio quella verso il passato, che si conosce, piuttosto di un ignoto e indefinito futuro.

Ma esiste qualche altra possibilità? Secondo me si, esiste. Complicata, impervia ma esiste.

Si tratta di governare il più possibile la globalizzazione e soprattutto le sue conseguenze da un lato e dall’altro procedere con forza, decisione e rapidità ad un radicale rinnovamento di classe dirigente (dell’establishment): chiamiamola pure rottamazione.

Far percepire al maggior numero di persone possibile che la globalizzazione è anche un rischio, una minaccia, ma è prima di tutto una opportunità; fare politiche che favoriscano le riconversioni del sistema produttivo, delle persone; proteggere quanto più è possibile chi è in difficoltà; non avere nessun riguardo per chi approfitta in modo indebito delle possibilità della finanza globale (esterovestizioni e simili).

Barak Obama stesso può essere considerato un personaggio, almeno inizialmente, ai margini dell’establishment, tanto è vero che conquistò la nomination per il Partito Democratico sconfiggendo nelle primarie proprio Hillary Clinton, la massima espressione dell’establishment del Partito Democratico USA.

Barak Obama ha fatto una politica economica che cercato di governare almeno i contraccolpi della globalizzazione e della crisi economica. Ha viceversa fatto molti errori in politica estera. E, purtroppo, non ha preso di petto il sistema finanziario.

Ma la vera ragione per cui Hillary Clinton ha perso è perchè  è stata percepita, a ragione, come una rappresentante dell’establishment USA che più ha beneficiato del dividendo della globalizzazione e meno ha pagato per la crisi economica, per le sue scelte politiche, per la gestione della propria campagna elettorale e, non ultimo, per la sua appartenenza ad una “dinastia” politica. Non va dimenticato a questo proposito che Trump, prima ancora di sconfiggere l’establishment democratico, ha sconfitto quello del suo partito, in primis la dinastia Bush.

E in Italia?

Anche Matteo Renzi può essere considerato un esempio di personalità politica anti-establishment: ha conquistato la direzione del PD e poi il governo contro la vecchia classe dirigente del proprio partito e non cooptato da nessuno.

Il PD, invece, è spesso percepito come un pezzo di establishment: basti pensare alle comunali di Torino. Un sindaco che per unanime ammissione ha amministrato bene sconfitto in modo netto da una carneade: Piero Fassino è stato percepito, anche in questo caso con buone ragioni, come rappresentante dell’establishment locale (il cosiddetto “Sistema Torino”) e quindi mandato a casa.

Renzi sta investendo molto su una “narrazione” delle opportunità dell’Italia nel modo globale, sta spendendo molto, secondo me non sempre in modo mirato, per far ripartire la crescita e l’occupazione, sta riformando.
Deve però evitare un pericolo esiziale: diventare od essere percepito come parte dell’establishment internazionale. Da questo punto di vista, anche se, con qualche ragione, molti storcono il naso, le polemiche con la Commissione UE hanno senso.

 

 

Ulteriori riflessioni sulla vittoria di Trump

di Fabio Colasanti

Ezio,

La globalizzazione è un fattore, ma solo uno tra tanti. Il problema principale è l’aumento delle diseguaglianze nei redditi e le trasformazioni nelle caratteristiche del lavoro.

La globalizzazione contribuisce ad entrambi, ma sarebbe riduttivo vederla come la causa principale.

Da trenta anni vediamo un aumento delle diseguaglianze nella crescita dei redditi.   Per una ventina di anni sono state solo un tema di discussione tra specialisti, ma dal 2008 la cosa è diventata molto visibile anche perché messa in contrasto con i redditi osceni del settore finanziario, giustamente criticato come l’origine della grossa crisi.   Questo divario nella crescita dei redditi ha provocato un cambiamento fortissimo nella percezione del dove ci si situa.  Si è passati da una situazione dove una parte altissima della popolazione si considerava “classe media” (anche in assenza di elementi oggettivi che lo giustificassero) ad una situazione dove moltissimi, troppi, non si considerano più parte della classe media.

Ma c’è stato anche un forte cambiamento tecnico nella natura del lavoro.  Per anni l’ascensore sociale aveva funzionato in America come da noi.   Il negro del sud degli Stati Uniti (o il bracciante del nostro sud) poteva andare a Detroit (a Torino/Milano) e trovare un posto in una fabbrica anche se non aveva un titolo di studio.  Questo gli permetteva una vita dignitosa, forse anche di comprarsi una casa e, in alcuni casi, i figli potevano perfino andare all’università.   Oggi questo ascensore sociale non funziona più (anche se il mito del “sogno americano” continua ad esistere nonostante gli studi che mostrino come la mobilità sociale in America sia simile a quella europea).  Il negro del sud o il bracciante, che prima trovavano un lavoro accettabile in una fabbrica, non hanno alcuna possibilità di trovare lavoro in una agenzia di viaggi, in una società di assicurazioni, in una agenzia pubblicitaria o in una società che produce software.   Questo contribuisce fortemente alla percezione che i giovani non avranno una vita migliore dei loro genitori.  Noi abbiamo anche tanti laureati senza lavoro, ma molto spesso si tratta di persone laureate in discipline nelle quali è piacevole passare quattro anni all’università, ma che si sarebbe dovuto sapere sempre che avrebbero offerto poche possibilità sul mercato del lavoro.

La globalizzazione ha tanti aspetti, ma quello dell’apertura degli scambi commerciali è uno sul quale i nostri governi hanno delle colpe.   L’apertura degli scambi è globalmente vantaggiosa per tutti.  Ritornare a forme di protezionismo sarebbe catastrofico.  Ma l’apertura degli scambi è globalmente positiva per tutti i paesi.   Ma questo risultato globale è dovuto a delle perdite per alcuni (quelli che producevano prodotti spiazzati dalla concorrenza di nuovi prodotti che i consumatori preferiscono) e dei guadagni per un numero più alto di persone (i consumatori che hanno prodotti migliori a prezzi più bassi e i produttori di beni la cui esportazione aumenta).  I nostri governi non hanno mai riconosciuto questo fatto e non hanno fatto nulla per compensare le perdite che ci sono state e anche considerevoli.  Gli Stati Uniti negli anni sessanta avevano un programma di accompagnamento dell’apertura degli scambi di questo tipo, ma poi l’hanno abbandonato.  Noi non l’abbiamo mai avuto.   Ė vero che si può dire che non ci sono molte differenze tra chi perde il lavoro perché il prodotto che produceva è sostituito da un prodotto importato e chi perde il lavoro perché il progresso tecnico rende non più necessario il prodotto che produceva (penso agli operai della Ferrania ancora in cassa integrazione speciale).  Ma i governi avrebbero dovuto riconoscere la realtà dei cambiamenti di lavoro per tutti.

Un’ultima osservazione.

Apprezzo la tua interpretazione delle posizioni di Matteo Renzi sull’Europa: il non voler essere identificato con l’establishment europeo per continuare ad essere visto come un fattore di rottura anche a quel livello.   Probabilmente hai ragione.  Questo conferma che la posizione di Matteo Renzi sull’Europa sarebbe determinata soprattutto da considerazioni di consenso interno.   Al tempo stesso però, questa posizione non può certo creargli amici tra gli altri leader europei (che sono proprio l’establishment dal quale lui vuole smarcarsi).   Se pensiamo che la scelta di Matteo Renzi sia comprensibile e giustificata dato il momento politico in cui ci troviamo in Italia, non possiamo rifiutarci di vederne le inevitabili conseguenze a livello europeo: nei vertici europei, Matteo Renzi è più isolato che mai, non ha alleati, non gode di grande considerazione e non ha alcuna speranza di cambiare gran ché nelle regole europee (ad essere onesti, non ci prova nemmeno, al vertice di Bratislava ha fatto quasi scena muta, il resoconto ufficiale non ha registrato alcun dissenso della delegazione italiana).   Hai notato la scomparsa delle bandiere europee dagli uffici di Palazzo Chigi?